Teoria e Prassi - luglio 2013
Sulle differenze salariali di genere
Nonostante l’eguaglianza fra lavoratrici e lavoratori sia proclamata sulla carta, cioè formalmente, nella società borghese non viene attuata un’effettiva e reale parità nel lavoro e nella vita. Esiste invece ineguaglianza, discriminazione, segregazione e oppressione di genere, in particolar modo per le donne proletarie.
Se guardiamo ad esempio i salari, in Italia esiste un ampio differenziale retributivo di genere, a danno delle donne lavoratrici, particolarmente cospicuo nel settore privato: 16,7%, a fronte del 7,5% del settore pubblico.
In un’inchiesta condotta nel settore metalmeccanico si legge “le donne sono sempre – più degli uomini –concentrate nei livelli più bassi di inquadramento, anche a parità di titolo di studio o di anzianità di lavoro….guadagnano mediamente 200 euro in meno dei loro colleghi uomini… di fatto le donne guadagnano meno degli uomini, a parità di qualsiasi altra condizione, anche quando hanno gli stessi orari di lavoro, la stessa anzianità, lo stesso titolo di studio e – persino – lo stesso tipo di contratto” (da “La voce di 100.000 lavoratrici e lavoratori”, Fiom, 2008).
Tale questione è dunque irrisolta nella società borghese, malgrado i proclami sulla “parità”. Noi pensiamo che sia giusto sostenere l’aumento dei salari delle donne, a partire da quelle precarie e dei settori in cui le donne sono maggiormente impiegate.
Allo stesso tempo è necessario fare chiarezza sulle cause della discriminazione salariale e della segregazione delle proletarie in alcuni settori produttivi e dei servizi .
La questione, a nostro avviso, non può essere affrontata dal punto di vista del mancato riconoscimento economico delle competenze tipicamente femminili, in quanto competenze “naturali”; e neanche dallo scarso accesso al posizioni superiori; o ancora dal minore o particolare accesso al mercato della forza lavoro.
Questi sono punti di vista che non colgono l’essenza del problema, riconducendo la questione della differenza salariale a fattori secondari (maggiore o minore riconoscimento di specifiche caratteristiche dell’attività lavorativa femminile, maggiore o minore attitudine o adattamento, formazione, responsabilità, etc. etc.).
La causa dei bassi salari femminili e della occupazione femminile concentrata nei settori a più basso salario non è nemmeno una produttività inferiore, poiché la meccanizzazione e l’automazione del lavoro assicurano in molte branche gli stessi risultati produttivi.
Altrettanto errato è ipotizzare due mercati della forza-lavoro, uno maschile e uno femminile, in cui le donne si troverebbero segregate in quello secondario a causa di loro scelte o per via di minori rivendicazioni salariali.
Quanto sono frutto di libera scelta le preferenze delle donne relativamente al mercato del lavoro e quanto dipendono dal funzionamento e dalle caratteristiche del mercato stesso, dai suoi meccanismi discriminatori? In che misura queste scelte sono eredità dello storico rapporto di subordinazione delle donne, che dal contesto sociale si estende al processo produttivo?
Per affrontare il problema della differenza salariale di genere bisogna adottare un punto di vista di classe e riconoscere che esso è dovuto ai rapporti di produzione esistenti, basati sullo sfruttamento capitalistico, ed alla peculiare condizione sociale della donna, sottoposta ad una duplice oppressione.
Storicamente è stata la meccanizzazione che ha permesso ai capitalisti di sostituire nella produzione forza-lavoro maschile con quella femminile e infantile.
Poiché il valore della forza-lavoro è determinato dal valore dei mezzi di sussistenza necessari a mantenere e riprodurre la forza-lavoro dell’operaio e della sua famiglia, è evidente che quando la moglie e i figli dell’operaio entrano nella produzione capitalistica, il salario diminuisce, sia svalorizzando al massimo il lavoro delle donne e dei fanciulli, sia abbassando quello dell’operaio maschio, spezzando cioè la sua resistenza.
Di conseguenza, anche se aumenta la somma complessiva di salario che i capitalisti pagano, aumenta molto di più la massa del plusvalore estorto.
Scrive Marx: “L’acquisto della famiglia frazionata per esempio in quattro forze-lavoro costa forse più di quanto costasse prima l’acquisto della forza-lavoro del capofamiglia, ma in cambio si hanno ora quattro giornate lavorative invece di una, e il loro prezzo diminuisce in proporzione dell’eccedenza del pluslavoro dei quattro sul pluslavoro dell’uno.” (K.Marx, Il Capitale, Vol. I, cap XIII)
La donna proletaria, nelle relazioni di produzione attuali, dunque non solo aiuta alla riproduzione della forza-lavoro quando è a casa, ma sul posto di lavoro produce altrettanto plusvalore dell’uomo, però il Sulle differenze salariali di genere prezzo della sua forza-lavoro (salario) è più a buon mercato perché il capitalista associa alle donne operaie un costo di riproduzione inferiore, in quanto parzialmente sussidiate dal proletario maschio.
Nella logica capitalista le operaie possono sopportare salari inferiori al livello di sussistenza potendo affidarsi al reddito del “capofamiglia” maschio.
Nel capitalismo i costi necessari per conservare l’operaia come operaia e per formarla come operaia sono perciò sempre al disotto della parità giuridica.
Questa è la realtà che si mantiene ancor oggi nei paesi più “civili”.
Da ciò traiamo due conclusioni principali.
1. In primo luogo, i bassi salari delle donne (così come quelli degli operai minorenni) servono a ridurre il monte salario complessivo, dunque ad aggravare il grado di sfruttamento della classe operaia nel suo complesso, per aumentare la massa di plusvalore che finisce nelle tasche del capitalista.
Si utilizza la forza-lavoro femminile e si riduce il salario delle operaie perché in tal modo si riduce il valore dei mezzi di sussistenza dell’intero proletariato.
Nella determinazione del salario medio nazionale bisogna dunque considerare anche la funzione del lavoro delle donne e dei minori.
Quello che figura di volta in volta come “contributo al mantenimento della famiglia”, “differenziale salariale di genere o di età”, “competenze non riconosciute” etc., è in realtà un maggiore sfruttamento, derivante dalla logica capitalista volta a minimizzare i costi di produzione della forza-lavoro e a massimizzare i profitti.
Perciò è di assoluta vigenza appoggiare le lotte e le rivendicazioni delle proletarie.
2. In secondo luogo, nel capitalismo la quantità e la struttura delle retribuzioni e l’organizzazione del processo produttivo sono tali da alimentare le divisioni tra i lavoratori, fino al punto di trattare lavoratori identici sotto il profilo produttivo in maniera differente.
E’ nell’interesse della classe dei capitalisti discriminare e dividere i lavoratori. Questo interesse porta all’insorgere di pratiche discriminatorie in base a caratteristiche estranee al contributo dei lavoratori al processo produttivo, per indurre la concorrenza e la competizione fra loro, per ridurre e impedire l’unità dei lavoratori, aumentando con ciò la possibilità del capitalista di estrarre plusvalore.
In altre parole: la discriminazione salariale e la segregazione femminile sono un elemento essenziale per la comprensione delle caratteristiche di fondo del sistema sociale ed economico attuale.
La posizione subordinata e la situazione sociale di soggezione e defraudazione dei diritti del genere femminile, le differenze di salario, di pensione, etc., lo specifico ruolo svolto nella divisione del lavoro industriale, riflettono l’oppressione di genere esistente nella società capitalistica e sono determinate da precisi fattori sociali ed economici, perpetuati dal sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e nella sua necessità di riproduzione a basso costo della forza-lavoro.
Il capitalismo non può offrire soluzioni ai problemi delle donne, può solo approfondirli, vedendo la donna come merce da sfruttare al massimo grado, articolo di commercio o di traffico sessuale.
La storia passata e recente, l’analisi della situazione attuale, dimostrano che la proprietà privata è la causa ultima e più profonda della condizione di oppressione, di subalternità delle donne.
Solo abolendo il sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, solo trasformando la base economica, cambiando le concezioni e le pratiche culturali, si potrà abolire la duplice oppressione delle donne, le discriminazioni esistenti, si potrà incidere radicalmente nella posizione della donna nella società, rendendola socialmente ed economicamente libera e indipendente, non più soggetta a forme di sfruttamento e di oppressione (ad esempio, trasferendo alla collettività nel suo insieme le responsabilità che oggi gravano sulla famiglia individuale, particolarmente sulle donne).
Solo con il socialismo potrà essere raggiunta la piena equiparazione sociale con l’uomo. Di conseguenza nel nuovo modo di produzione fondato sulla proprietà comune dei mezzi di produzione e di scambio, le relazioni fra i generi potranno svilupparsi sulla base della solidarietà e della cooperazione, in modo non antagonista.